Deterioramento cognitivo: come riconoscerlo e perché agire in tempo

Dimenticare dove si sono messe le chiavi, fare fatica a ricordare un nome o sentirsi meno concentrati del solito. Sono situazioni che capitano a tutti, ma quando questi episodi diventano più frequenti o più marcati del normale, vale la pena prestare attenzione.

Il confine tra un fisiologico calo dell’attenzione legato all’età e un vero deterioramento cognitivo non è sempre netto. Ma come si presenta questo processo e quali sono le sue fasi?

Il deterioramento cognitivo non compare all’improvviso, ma si sviluppa in modo graduale lungo un continuum che va dal normale invecchiamento fino alle forme più avanzate di demenza. In generale, questo percorso può essere distinto in tre fasi principali:

  • fase iniziale, in cui le difficoltà sono soprattutto soggettive e possono emergere solo attraverso test specifici;
  • fase intermedia, in cui i deficit diventano evidenti anche a chi vive accanto al paziente;
  • fase tardiva, in cui la persona perde progressivamente la propria autonomia.

I 7 stadi del deterioramento cognitivo

Per descrivere questa progressione in modo più preciso si utilizza la Global Deterioration Scale (GDS), una scala che suddivide il deterioramento cognitivo in sette stadi, dal funzionamento normale fino alla perdita delle capacità verbali e motorie.

Si parte dallo stadio 1, in cui non sono presenti deficit cognitivi rilevabili, e si arriva allo stadio 7, caratterizzato da una compromissione molto severa e da una completa dipendenza dall’assistenza. I passaggi intermedi più rilevanti includono:

  • stadio 2: piccole dimenticanze soggettive (oggetti familiari, nomi) senza compromissione delle attività quotidiane;
  • stadio 3: cali evidenti di concentrazione, rendimento lavorativo e memoria per informazioni nuove;
  • stadio 4: difficoltà nel gestire finanze, spostamenti e memoria personale, con ritiro sociale;
  • stadio 5-6: necessità di assistenza crescente, disorientamento e cambiamenti del comportamento;
  • stadio 7: dipendenza totale, perdita del linguaggio e del controllo motorio.

I primi stadi sono particolarmente importanti, perché è proprio in questa fase che i segnali possono essere colti in tempo e affrontati con maggiore efficacia.

MCI: la fase in cui è più efficace intervenire

Tra il normale invecchiamento e la demenza si colloca il Mild Cognitive Impairment (MCI), una condizione di disturbo cognitivo lieve che negli ultimi anni ha ricevuto crescente attenzione in ambito clinico e scientifico. Chi presenta MCI mostra in genere difficoltà di memoria più marcate rispetto a quanto atteso per l’età, pur mantenendo una buona autonomia nelle attività quotidiane e una relativa conservazione delle altre funzioni cognitive.

Non si tratta ancora di demenza, ma di una fase che merita attenzione, perché in alcuni casi può evolvere verso forme più gravi. Per questo riconoscere e monitorare l’MCI è oggi considerato uno degli obiettivi più importanti nella prevenzione del declino cognitivo.

Dal punto di vista biologico, la progressione dall’MCI verso la malattia di Alzheimer è associata a una perdita progressiva di sinapsi, cioè delle connessioni tra i neuroni. In questo contesto, l’uridina è una molecola di interesse, perché coinvolta nei processi di memoria e plasticità neuronale, e alcuni studi hanno osservato livelli più bassi di uridina nei soggetti con MCI rispetto ai controlli sani.

Diagnosi precoce MCI e fattori di rischio

Accanto all’età, che resta il principale fattore di rischio, possono contribuire allo sviluppo dell’MCI anche fattori vascolari, condizioni croniche, sedentarietà fisica e cognitiva e l’assunzione contemporanea di alcuni farmaci che possono interferire con le funzioni cognitive. Anche la depressione rappresenta una condizione da non trascurare, perché può incidere sia sul funzionamento mentale sia su quello fisico e favorire una progressione più rapida del declino cognitivo.

Per questo la diagnosi precoce è fondamentale. L’International Association of Gerontology and Geriatrics ha raccomandato che le persone sopra i 70 anni effettuino ogni anno una valutazione cognitiva con il proprio medico, anche perché il declino cognitivo resta ancora spesso sottodiagnosticato. Intervenire presto può aiutare a rallentare la progressione del disturbo, soprattutto se alla valutazione clinica si affiancano attività fisica regolare, stimolazione mentale e un adeguato supporto nutrizionale.

Come sostegno al benessere cognitivo si inserisce Ischelium, un integratore alimentare che associa Uridina monofosfatoCitidina monofosfato e Zinco, componenti coinvolti nel supporto della funzione cognitiva e del metabolismo neuronale quotidiano.

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La combinazione di Citidina monofosfato, Uridina monofosfato e Zinco in Ischelium non è casuale.

Citidina monofosfato, Uridina monofosfato sono i precursori dei nucleotidi pirimidici che intervengono nella sintesi proteica e sono alla base dei costituenti degli acidi nucleici: il DNA e l’RNA. Lo Zinco contribuisce a proteggere queste cellule dallo stress ossidativo e contribuisce alla normale funzione cognitiva.

Ischelium è un integratore alimentare. Per maggiori informazioni e avvertenze leggere il foglio istruzioni.
Gli integratori non vanno intesi come sostituti di una dieta variata ed equilibrata e di un sano stile di vita.

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