Musica e declino cognitivo: cosa dice la ricerca sui benefici per la mente

C’è qualcosa di immediato nel modo in cui la musica raggiunge il cervello. Basta una melodia familiare per far riaffiorare un ricordo oppure una canzone conosciuta per cambiare l’umore in pochi secondi. Quella che viviamo come un’esperienza spontanea ed emotiva è, in realtà, il risultato di un’attività neurologica complessa, sempre più studiata dalla ricerca.

La musica non attiva una sola area ma una rete diffusa del cervello: coinvolge, per esempio, le regioni frontali e parietali, importanti per attenzione, pianificazione e ragionamento, e sostiene funzioni come memoria di lavoro e concentrazione. Quando poi ascoltiamo brani legati alla nostra esperienza, si attivano anche la corteccia prefrontale e il default mode network, una rete associata al recupero dei ricordi e alla riflessione su di sé. In altre parole, la musica che conosciamo, quella che associamo a momenti importanti della nostra vita, può riattivare la memoria autobiografica, spesso tra le più resistenti anche nel declino cognitivo.
 Ma in che modo la musica produce questi effetti, e quali approcci risultano più efficaci?

Gli effetti sulla memoria e sulle funzioni cognitive

Gli effetti della musica su memoria e funzioni cognitive sono oggi sostenuti da un numero crescente di studi. L’ascolto regolare, per esempio, può favorire i processi di apprendimento e migliorare la comunicazione tra le diverse aree del cervello, soprattutto nelle persone con decadimento cognitivo lieve (MCI). I benefici osservati riguardano diverse capacità: dall’orientamento all’attenzione, dalla memoria immediata fino alla pianificazione e alla gestione di attività complesse. Per questo, in ambito clinico, gli interventi musicali sono considerati approcci non farmacologici con effetti misurabili anche attraverso test standardizzati, come il Mini-Mental State Examination (MMSE), e altre valutazioni neuropsicologiche.

Non tutte le attività musicali, però, sono uguali. Si distinguono generalmente interventi “recettivi”, basati sull’ascolto, e interventi “attivi”, che includono il canto, l’uso di strumenti o il movimento a ritmo di musica. Entrambi possono apportare benefici, ma le attività attive sembrano avere un impatto più marcato sulle funzioni cognitive superiori. Il motivo è intuitivo: suonare, cantare o muoversi a tempo richiede il coinvolgimento simultaneo di più abilità (linguistiche, motorie, attentive e sociali). In particolare, suonare uno strumento è associato a un miglioramento più ampio della funzione cognitiva, mentre l’ascolto accompagnato dal movimento ritmico può contribuire sia agli aspetti cognitivi sia a quelli comportamentali.

Cosa dice la ricerca scientifica? Uno studio su 201 persone con MCI

A conferma di questi effetti, uno studio clinico controllato condotto su 201 persone con MCI ha confrontato, nell’arco di circa 40 settimane, tre diversi percorsi:

  • danza,
  • attività musicali strutturate (come percussioni e lettura dello spartito),
  • educazione sanitaria.

I risultati hanno mostrato che i gruppi coinvolti nelle attività musicali e nella danza hanno ottenuto miglioramenti cognitivi significativi rispetto al gruppo di controllo. Un dato che rafforza un punto chiave, ossia che le attività strutturate, coinvolgenti e praticate con regolarità possono contribuire in modo concreto al mantenimento delle funzioni cognitive anche in presenza di un declino lieve.

Musica e memoria: approcci orientati alla salute cognitiva

Un approccio particolarmente interessante è la musicoterapia basata sulla reminiscenza. In pratica, si utilizzano brani legati alla storia personale per favorire il recupero di ricordi autobiografici. Questo tipo di intervento non solo attiva le reti cerebrali coinvolte nella memoria, ma può anche contribuire a ridurre ansia, agitazione e sintomi depressivi, spesso associati al declino cognitivo.

Gli effetti della musica, però, non si fermano alla cognizione. Diversi studi mostrano benefici anche sul piano emotivo e sociale: miglioramento dell’umore, maggiore serenità e una più facile interazione con gli altri. In contesti di cura, questi aspetti incidono in modo concreto sulla qualità della vita, sia per la persona sia per chi la assiste.

In un’ottica più ampia, la musica si inserisce in un approccio integrato al benessere cognitivo, insieme ad abitudini come l’attività fisica, la stimolazione mentale e un adeguato supporto nutrizionale.

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Gli integratori non vanno intesi come sostituti di una dieta variata ed equilibrata e di un sano stile di vita.

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